Monday, September 6, 2010

Somewhere, lost in translation

Chi conosce il materiale con cui è confezionato il cinema di S. Coppola, è difficile che venga eccessivamente deluso da quest'ultimo Somewhere: c'è gran parte della poetica della regista, potrebbe considerarsi una sorta di summa. Un attore divorziato, succube dell'ennui e della sua vita circolare, ciclica; spesso in viaggio tra premiazioni, set, festini e in soggiorno perenne in un albergo dove è sempre iperstimolato dalla presenza femminile, figura qui fin troppo abusata. Ha una figlia, che ovviamente si divide tra lui e la madre.
E il film non è che racconti, o quantomeno mostri, molto di più se non la sua vita nell'albergo. Si potrebbe anzi dire che la sua vita è l'albergo stesso. Albergo, quindi luogo di passaggio, transeunte. La pellicola si apre con quella che il sottoscritto reputa la migliore sequenza, e che poteva formare un corto a sé stante: camera fissa, Ferrari scuro che percorre una pista per diversi giri; il guidatore scende, guarda nel vuoto. Ecco condensato Somewhere in una sequenza.
Eppure... qualcosa che non va c'è eccome. Si nota almeno una variazione rilevante - ma forse perniciosa, visto il risultato - nel cinema di Coppola: le musiche elettroniche/rock/shoegaze che costituivano il tappeto non solo sonoro, ma filmico degli altri tre lungometraggi (specie in Marie Antoinette in cui raggiungevano un risultato sicuramente vicino all'ipertrofia), come anche dei corti, scompaiono (si contano al massimo tre canzoni). Vengono sotitutite da silenzi ininterrotti, atti ripetuti che vengono ripresi davvero troppo a lungo da diverse angolazioni. Sembra che sia la reiterazione la nuova chiave di volta di Coppola, ma è pur vero che se c'era un eccesso di 'rumore' prima, c'è un eccesso di silenzio ora. Non basta coprirlo, quel rumore, dato che il silenzio sussurra egualmente e non basta utilizzarlo a caso, bisogna saperlo utilizzare e dosarlo. Per finire, molte, troppe situazioni sono derivat(iv)e da Lost in Translation, qui trasfigurate in lievi variazioni. Ma com'è complicato filmare le variazioni di uno stessa tema - chiedetelo ai compositori classici, Ozu, Naruse.
La "confessione" del protagonista suona lievemente triviale, dato che lo spettatore già sa (sempre dalla favolosa prima sequenza), non c'era certo bisogno di dirlo al telefono. È vero che questa confessione simboleggia un atto disperato di avvicinarsi alla persona (una volta) amata, di afferrare qualcosa, eppure... E il finale che arriva poco dopo, seppur significativo, è altrettanto affrettato e quasi patetico -"patetico" anche in accezione positiva, però. In conclusione, se questa è la nuova Coppola, rivogliamo indietro le belle musiche e i dialoghi rarefatti, o forse è solo questione di attendere la maturazione del nuovo stile.


1 commenti:

Riccardo said...

Ottima recensione Dan. Guardando il film mi è venuta voglia di soggiornare allo Chateau Marmont, voglia che però mi è passata subito quando ho visto che vogliono 500$ a notte, per la loro "Standard Room".

Saluti