Wednesday, September 29, 2010
Arthur Penn (1922-2010)
Oggi muore Arthur Penn, uno dei grandi innovatori del cinema e, oggettivamente, tra i più grandi di tutti i tempi. Sperimentatore della slow-motion (Bonnie and Clyde è stato uno dei primi film ad enfatizzare la violenza tramite ralenti), grande tecnico (sempre su B&C "the climactic shoot-out was filmed with four different cameras, all running at different speeds"), esperto connoisseur e regista teatrale, sparisce progressivamente dal mondo del cinema verso metà anni '80, tra teatro e TV - e meritato riposo. I suoi film sono tutti da recuperare, ma sono essenziali oltre a B&C: The Left Handed Gun, western che influenzò Peckinpah e tutta la nuova ondata di post-western anni 1960-1970, Mickey One (ancora inedito), una tesi-noir sul cinema che richiama la New Wave giapponese e francese, Little Big Man, Missouri, Four Friends e lo struggente post-noir Night Moves, con un G. Hackman alla ricerca della propria identità più che quella degli altri. Da tempo inattivo come regista, ma ancora qua e là insegnante e produttore TV, Penn non si lascia comunque nessun rimpianto dietro con una tale carriera, e speriamo che venga ben omaggiato in questi giorni.
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Saturday, September 25, 2010
Rassegne alla JFROMA 2010
(Sede istituto: Via Antonio Gramsci 74, 00197, Roma)
Ed eccoci ritrovati, come ogni anno, all'evento più bello dell'anno (altro che Venezia!), la retrospettiva cinematografica dell'istituto! Anche quest'anno tanti titoli interessanti, alcuni fondamentali+un'altra retrospettiva parallela organizzata da un cineclub e patrocinata dall'istituto. Grande sorpresa nel vedere che verrà proiettato anche "il mio" Barren Illusions. Whoa. Ma vediamo il programma della retro organizzata dalla JF e Detour:
Ed eccoci ritrovati, come ogni anno, all'evento più bello dell'anno (altro che Venezia!), la retrospettiva cinematografica dell'istituto! Anche quest'anno tanti titoli interessanti, alcuni fondamentali+un'altra retrospettiva parallela organizzata da un cineclub e patrocinata dall'istituto. Grande sorpresa nel vedere che verrà proiettato anche "il mio" Barren Illusions. Whoa. Ma vediamo il programma della retro organizzata dalla JF e Detour:
La sala cinema dell’Istituto Giapponese di Cultura ospita la serata inaugurale della rassegna Nihon Eiga - Storia del cinema giapponese dal 1970 al 2010, ideata dall’ Associazione Culturale “Cinema Senza Frontiere” negli spazi del Cineclub Detour (Roma, via Urbana 107). La serata prevede una breve introduzione da parte dei curatori e la proiezione di due pellicole di Imamura. Il percorso nella storia del cinema giapponese degli ultimi quarant'anni proseguirà fino a giugno 2011 al Cineclub Detour lungo l’arco di diciotto serate, con ventisette film in programma e l’intervento di studiosi e critici invitati ad approfondire tematiche e autori. In programma film di S. Imamura, S. Tsukamoto, N. Oshima, K. Wakamatsu, K. Kurosawa, T. Miike, S. Kon, H. Miyazaki e molti altri registi di fama internazionale. Tutti i film sono sottotitolati in italiano o in versione italiana. Il calendario completo è disponibile sul sito www.cinedetour.it.
GIOVEDÌ 14 OTTOBRE, ORE 18.30 CA.
STORIA DEL GIAPPONE DEL DOPOGUERRA
RACCONTATA DA UNA BARISTA (Shohei Imamura)
(Nippon sengoshi - Madamu Onboro no seikatsu, 1970,
B/N, 150', sott. italiano)
A SEGUIRE
PERCHE’ NO? (Shohei Imamura)
(Eijanaika, 1981, colore, 151' - 16mm,
Sott. italiano)
Qui il programma del cineclub. Estremamente consigliati, se non obbligatori:
Haze (Tsukamoto)
Barren Illusions (Kurosawa K.)
Millennium Actress (Kon)
Il mio vicino Totoro (Miyazaki)
Hunter in the dark (Gosha)
Violent Cop (Kitano)
Yukoku (Mishima)
Maboroshi (Koreeda)
After Life (Koreeda)
Lotta senza codici d'onore (Fukasaku)
My Neighbours the Yamadas (Takahata)
Angel's Egg (Oshii)
_________________________________________________
Questa invece la retro che si terrà interamente all'istituto:NB. film in versione originale, sottotitoli in inglese
Scenografo, sceneggiatore, regista, Takeo Kimura (1918-2010) inizia la sua carriera nel 1945. Firma la scenografia di oltre 200 film, tra cui alcuni lungometraggi del regista Seijun Suzuki, conosciuto negli anni ’60 presso gli studi della casa di produzione Nikkatsu. Ha lavorato al fianco di altri importanti registi, inclusi Toshio Masuda, Kazuo Kuroki, Kei Kumai e Kaizo Hayashi. A 90 anni debutta alla regia con il film Dreaming Awake (2008). Uomo dai molteplici interessi, scompare il 21 marzo 2010. Lo si ricorda anche come critico, scrittore, pittore, fotografo e insegnante. Oltre al suo film di debutto, la rassegna presenta 7 lungometraggi di grandi registi giapponesi che hanno affidato la direzione della scenografia all’audace spirito visionario di Takeo Kimura.
martedì 19 ottobre e giovedì 18 novembre ore 19.00
THE MISTRESS di Shiro Toyoda
Gan, 1953, B/N, 35mm, 104’
giovedì 21 ottobre e martedì 23 novembre ore 19.00
A HOLE OF MY OWN MAKING di Tomu Uchida
Jibun no ana no nakade, 1955, B/N, 35mm, 125’
martedì 26 ottobre e giovedì 25 novembre ore 19.00
FLOWERS AND RAGE di Seijun Suzuki
Hana to doto, 1964, C, 35mm, 92’
giovedì 28 ottobre e martedì 30 novembre ore 19.00
STORY OF A PROSTITUTE di Seijun Suzuki
Shunpu den, 1965, B/N, 35mm, 96’
martedì 9 novembre e giovedì 2 dicembre ore 19.00
TOKYO DRIFTER di Seijun Suzuki
Tokyo nagaremono, 1966, C, 35mm, 83’
giovedì 11 novembre ore 19.00
AKUTARO di Seijun Suzuki
Akutaro, 1963, B/N, 35mm, 95’
martedì 16 novembre ore 19.00
ZIGEUNERWEISEN di Seijun Suzuki
Zigeunerweisen, 1980, C, 35mm, 145’
martedì 7 dicembre ore 19.00
DREAMING AWAKE di Takeo Kimura
Yume no manimani, 2008, C, 35mm, 106’
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Monday, September 6, 2010
Somewhere, lost in translation
Chi conosce il materiale con cui è confezionato il cinema di S. Coppola, è difficile che venga eccessivamente deluso da quest'ultimo Somewhere: c'è gran parte della poetica della regista, potrebbe considerarsi una sorta di summa. Un attore divorziato, succube dell'ennui e della sua vita circolare, ciclica; spesso in viaggio tra premiazioni, set, festini e in soggiorno perenne in un albergo dove è sempre iperstimolato dalla presenza femminile, figura qui fin troppo abusata. Ha una figlia, che ovviamente si divide tra lui e la madre.
E il film non è che racconti, o quantomeno mostri, molto di più se non la sua vita nell'albergo. Si potrebbe anzi dire che la sua vita è l'albergo stesso. Albergo, quindi luogo di passaggio, transeunte. La pellicola si apre con quella che il sottoscritto reputa la migliore sequenza, e che poteva formare un corto a sé stante: camera fissa, Ferrari scuro che percorre una pista per diversi giri; il guidatore scende, guarda nel vuoto. Ecco condensato Somewhere in una sequenza.Eppure... qualcosa che non va c'è eccome. Si nota almeno una variazione rilevante - ma forse perniciosa, visto il risultato - nel cinema di Coppola: le musiche elettroniche/rock/shoegaze che costituivano il tappeto non solo sonoro, ma filmico degli altri tre lungometraggi (specie in Marie Antoinette in cui raggiungevano un risultato sicuramente vicino all'ipertrofia), come anche dei corti, scompaiono (si contano al massimo tre canzoni). Vengono sotitutite da silenzi ininterrotti, atti ripetuti che vengono ripresi davvero troppo a lungo da diverse angolazioni. Sembra che sia la reiterazione la nuova chiave di volta di Coppola, ma è pur vero che se c'era un eccesso di 'rumore' prima, c'è un eccesso di silenzio ora. Non basta coprirlo, quel rumore, dato che il silenzio sussurra egualmente e non basta utilizzarlo a caso, bisogna saperlo utilizzare e dosarlo. Per finire, molte, troppe situazioni sono derivat(iv)e da Lost in Translation, qui trasfigurate in lievi variazioni. Ma com'è complicato filmare le variazioni di uno stessa tema - chiedetelo ai compositori classici, Ozu, Naruse.
La "confessione" del protagonista suona lievemente triviale, dato che lo spettatore già sa (sempre dalla favolosa prima sequenza), non c'era certo bisogno di dirlo al telefono. È vero che questa confessione simboleggia un atto disperato di avvicinarsi alla persona (una volta) amata, di afferrare qualcosa, eppure... E il finale che arriva poco dopo, seppur significativo, è altrettanto affrettato e quasi patetico -"patetico" anche in accezione positiva, però. In conclusione, se questa è la nuova Coppola, rivogliamo indietro le belle musiche e i dialoghi rarefatti, o forse è solo questione di attendere la maturazione del nuovo stile.

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Sunday, April 18, 2010
Garri Bardin
Ogni tanto, è bene rispolverare la buon vecchia animazione, specialmente russa! Lo sconosciuto Garri Bardin, oramai settantenne, è attivo sin dai primi anni '70. Finora ha diretto solo cortometraggi. Esordì con dei corti per bambini, come succedeva per altri animatori russi in quel decennio, ma la maturazione artistica, o meglio l'intenzione di creare dei progetti di importanza più universale, arrivò a metà anni '80. Da notare che comunque, Bardin alternava lavori più accessibili e commerciali a suddette opere, per questo la sua carriera risulta indubbiamente altalenante. Sembra che ora stia terminando un lungometraggio. Riporto sotto i suoi lavori migliori (non hanno bisogno di sottotitoli).
Conflict (1983) è sicuramente il suo capolavoro: avreste mai pensato che si potesse creare uno dei più bei film sul conflitto in 7 minuti e con dei fiammiferi? Eppure è così. Tyap, Lyap - Malyary! (1984), può essere preso in considerazione per valutare l'estrema versatilità e varietà di Bardin; si tratta, in fondo, di un corto comico non certo con ambizioni elevate. Marriage (1987) è un altro bel colpo di genio: la crisi di coppia attraverso delle corde (?!). L'anno dopo, con Vykrutasy, sicuramente raggiunge il maggior risultato stilisticamente: il corto è interamente realizzato con del fil di ferro (in stop-motion) e tratta un tema davvero preponderante in chiave ironica, in modo tipicamente russo. Adagio (2001), è di certo il più ambizioso: realizzato con la origami stop-motion (nove mesi di lavoro, addirittura), il film non si fa scrupoli ad evidenziare questioni come la religione, la fede, le metafore cristiane e bibliche.
Conflict (Konflikt, 1983, 7')
Tyap, Lyap - Malyary! (1984, 9')
Marriage (Brak, 1987, 10')
Vykrutasy (1988, 10')
Adagio (Adazhio, 2001, 10')
Conflict (1983) è sicuramente il suo capolavoro: avreste mai pensato che si potesse creare uno dei più bei film sul conflitto in 7 minuti e con dei fiammiferi? Eppure è così. Tyap, Lyap - Malyary! (1984), può essere preso in considerazione per valutare l'estrema versatilità e varietà di Bardin; si tratta, in fondo, di un corto comico non certo con ambizioni elevate. Marriage (1987) è un altro bel colpo di genio: la crisi di coppia attraverso delle corde (?!). L'anno dopo, con Vykrutasy, sicuramente raggiunge il maggior risultato stilisticamente: il corto è interamente realizzato con del fil di ferro (in stop-motion) e tratta un tema davvero preponderante in chiave ironica, in modo tipicamente russo. Adagio (2001), è di certo il più ambizioso: realizzato con la origami stop-motion (nove mesi di lavoro, addirittura), il film non si fa scrupoli ad evidenziare questioni come la religione, la fede, le metafore cristiane e bibliche.
Conflict (Konflikt, 1983, 7')
Tyap, Lyap - Malyary! (1984, 9')
Marriage (Brak, 1987, 10')
Vykrutasy (1988, 10')
Adagio (Adazhio, 2001, 10')
Monday, March 22, 2010
A Long Walk (Nagai Sanpo, Eiji Okuda, 2006)

Dal ritmo lasco, come lo è questa lunga camminata dei due fuggiaschi, l'opera di Okuda percorre lentamente la sua strada verso la redenzione del protagonista ed un'auspicata salvezza del minore. Sicuramente prolisso, A Long Walk coinvolge lo spettatore, facendogli realizzare passo passo il fine ultimo di Matsutaro, ripagandolo e redimendolo con i minuti finali, mentre il finale vero e proprio non fa che aggiungere ulteriore sostanza ai temi trattati.
È un'opera che analizza non soltanto il lutto trattandola come una scomparsa della presenza fisica e spirituale del defunto, ma anche come rimorso e lutto interiore di coloro ancora in vita. Un'osservazione del fenomeno in vivo, in breve. Compaiono tre morti durante l'opera, e vengono utilizzati come fossero parte di un percorso necessario.
La prima è la morte della moglie, che in passato era stata maltrattata e poco stimata dal marito.
La seconda è quella dell'uccello; si noti che il summenzionato volatile viene dato da Yasuda alla bambina come fosse un dono; l'uccello viene trovato da Yasuda nella foresta ove Sachi ha costruito un suo habitat, un rifugio dove mettere da parte i suoi tesori, e che intende tenere assolutamente a distanza dalla presenza prava della madre. Sachi si affeziona al volatile, che dopo poco muore; la tomba viene proprio edificata in quel rifugio, dopodiché i due abbandonano tutto per una nuova mèta. Si vuole, quindi, sottolineare questo alone di morte che segue i due protagonisti: persino il luogo sacro è oramai contaminato e bisogna cercare una via d'uscita.
Il terzo ed ultimo lutto, che comprende la sezione meno convincente e più pasticciata dell'opera, è il suicidio del ragazzo, un giovane che si sente estraneo al mondo. Le battute sulla sofferenza nel mondo, ad esempio, non sono coerenti col resto del soggetto, e suonano come strumento retorico.
Il finale irrisolto, come già detto, risolleva il valore dell'opera, che non scevra da difetti, sicuramente supera la sufficienza.
Il commento sonoro new age è di Inamoto Hibiki, e si sposa perfettamente con le sequenze in cui viene utilizzata.
Yasuda è interpretato da Ogata Ken, grandissima gloria settantenne del cinema giapponese che sembrava qui averne 50, in un'intrepratazione ben rattenuta; Love and Honor, Ballad of Narayama, Usugesho, Vengeance Is Mine, The Demon, Eijanaika, Kai - alcuni dei grandi film da lui intepretati. Purtroppo, sarebbe deceduto nel giro di due anni.
Prossimamente su Asianworld.it.
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Thursday, March 4, 2010
Retrospettiva Georges Franju: Rai3, 6-8 marzo
Sperando che leggiate il post in tempo, faccio presente che nel weekend, Raitre manderà in onda, a tarda notte, molti dei film del dimenticato regista francese, e invito caldamente al recupero dei titoli in questione. Programma(zione).
Ci voleva Fuori Orario per rispolverare Franju... che tristezza.
Ci voleva Fuori Orario per rispolverare Franju... che tristezza.
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Tuesday, February 16, 2010
Double bill giapponese
In realtà, il double bill-confronto non era previsto, è solo che li ho visti a distanza ravvicinata così ho pensato di unirli! Due grandi cineasti, due modi totalmente differente di intendere il cinema.
Crossroads (Jujiro, Kinugasa Teinosuke, 1928)

Di Kinugasa si sa e si ha pochissimo (tre film per ora, mi sembra): si sa che era bravissimo nell'impersonare ruoli femminili nel teatro e nel cinema dei primi anni '10; dall'inizio dei '20, iniziò la carriera dietro la macchina da presa. Era un adulatore dell'espressionismo e uno dei suoi film preferiti era L'ultima Risata di Murnau. E a vedere i suoi di film, questo si nota all'istante. Jujiro narra la vicenda di due orfani (?), fratello e sorella, alle prese con il landlord sdentato e apparentemente pericoloso, con i teppisti dell'akasen di Yoshiwara (quartiere delle geisha per antonomasia) e con una donna di malaffare di cui il ragazzo protagonista è invaghito. Improntato su un feroce drammaticismo, Jujiro utilizza il montaggio serrato e la narrazione ellittica per creare una sorta di contrappunto ed una linea narrativa aggressiva, per dimidiare i tempi d'azione e anche per inverare maggiormente la storia. Tuttavia, le 'visioni' espressioniste sono poche e per un eccesso di ellissi, e forse di fretta, l'opera è ben lontana dal simbolico capolavoro Kurutta Ippeji (1926). Anche il finale, veramente inspiegabile e triviale, non contribuisce a fare del film un'opera del tutto rilevante.
Ne sono reperibili due versioni: una da VHS ed un'altra da DVD, restaurata recentemente, di qualche minuto più lunga. La seconda è di gran lunga preferibile.
A Woman's Sorrows (Nyonin Aishu, Naruse Mikio, 1937)

Ultimamente, stanno uscendo fuori un gran numero di inediti Naruse (registrazioni TV), veramente tanti, e io proprio non ce la faccio a dirgli di no. Ormai, il prolificissimo Mikio è ospite d'onore di questo blog e non vedo come non potrebbe esserlo. Appartenente al periodo più oscuro del regista, A Woman's Sorrows tratteggia ancora una volta la vita di una donna, la meravigliosa Irie Takako protagonista dei Taki No Shiraito e Tokyo March mizoguchiani. Ancora una volta lo fa, e senza ripetersi: una delle chiavi di volta del suo cinema, anche se non si sa come facesse. Sposata a un "totalitario" marito, reputata sotto sotto come semplice cameriera et oggetto; sbeffeggiata dalle amiche, alle spalle, proprio perché ritenuta troppo servile e passiva. Si incrocia con la sua vita, la vicenda amorosa tra una sua amica e Masuda, relazione che si rivelerà inaspettatamente giovevole per lei. Abbastanza in anticipo sui tempi, Naruse affrontava con fare diuturno e caustico la società giapponese dell'epoca, la problematica della donna-oggetto e della vita matrimoniale. Se, in alcuni suoi film, è possibile rintracciare un certo risentimento (ma mai astio) verso la figura femminile e la sua perniciosa passività, in altri la coppia risulta ugualmente colpevole e responsabile. A Woman's Sorrows fa parte della seconda categoria, anzi è la donna a distaccarsi dal 'fascismo' di coppia e rincorre il suo ideale di vita. Che questa poi sia segnata dall'amore più igneo o meno, sia di nuovo falsa e ingannevole, non è dato saperlo.
Crossroads (Jujiro, Kinugasa Teinosuke, 1928)
Di Kinugasa si sa e si ha pochissimo (tre film per ora, mi sembra): si sa che era bravissimo nell'impersonare ruoli femminili nel teatro e nel cinema dei primi anni '10; dall'inizio dei '20, iniziò la carriera dietro la macchina da presa. Era un adulatore dell'espressionismo e uno dei suoi film preferiti era L'ultima Risata di Murnau. E a vedere i suoi di film, questo si nota all'istante. Jujiro narra la vicenda di due orfani (?), fratello e sorella, alle prese con il landlord sdentato e apparentemente pericoloso, con i teppisti dell'akasen di Yoshiwara (quartiere delle geisha per antonomasia) e con una donna di malaffare di cui il ragazzo protagonista è invaghito. Improntato su un feroce drammaticismo, Jujiro utilizza il montaggio serrato e la narrazione ellittica per creare una sorta di contrappunto ed una linea narrativa aggressiva, per dimidiare i tempi d'azione e anche per inverare maggiormente la storia. Tuttavia, le 'visioni' espressioniste sono poche e per un eccesso di ellissi, e forse di fretta, l'opera è ben lontana dal simbolico capolavoro Kurutta Ippeji (1926). Anche il finale, veramente inspiegabile e triviale, non contribuisce a fare del film un'opera del tutto rilevante.
Ne sono reperibili due versioni: una da VHS ed un'altra da DVD, restaurata recentemente, di qualche minuto più lunga. La seconda è di gran lunga preferibile.
A Woman's Sorrows (Nyonin Aishu, Naruse Mikio, 1937)
Ultimamente, stanno uscendo fuori un gran numero di inediti Naruse (registrazioni TV), veramente tanti, e io proprio non ce la faccio a dirgli di no. Ormai, il prolificissimo Mikio è ospite d'onore di questo blog e non vedo come non potrebbe esserlo. Appartenente al periodo più oscuro del regista, A Woman's Sorrows tratteggia ancora una volta la vita di una donna, la meravigliosa Irie Takako protagonista dei Taki No Shiraito e Tokyo March mizoguchiani. Ancora una volta lo fa, e senza ripetersi: una delle chiavi di volta del suo cinema, anche se non si sa come facesse. Sposata a un "totalitario" marito, reputata sotto sotto come semplice cameriera et oggetto; sbeffeggiata dalle amiche, alle spalle, proprio perché ritenuta troppo servile e passiva. Si incrocia con la sua vita, la vicenda amorosa tra una sua amica e Masuda, relazione che si rivelerà inaspettatamente giovevole per lei. Abbastanza in anticipo sui tempi, Naruse affrontava con fare diuturno e caustico la società giapponese dell'epoca, la problematica della donna-oggetto e della vita matrimoniale. Se, in alcuni suoi film, è possibile rintracciare un certo risentimento (ma mai astio) verso la figura femminile e la sua perniciosa passività, in altri la coppia risulta ugualmente colpevole e responsabile. A Woman's Sorrows fa parte della seconda categoria, anzi è la donna a distaccarsi dal 'fascismo' di coppia e rincorre il suo ideale di vita. Che questa poi sia segnata dall'amore più igneo o meno, sia di nuovo falsa e ingannevole, non è dato saperlo.
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Friday, February 12, 2010
Maggio ci sorride: May releases - Criterion Collection
Da tempo aspettavamo Ford e Oshima alla Criterion e finalmente il giorno è arrivato. Cioè, non ancora, ma ci siamo quasi. Stagecoach in BLU. Party time!




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DVD Releases
Tuesday, January 26, 2010
Wild Rose (Ye Mei Gui, Sun Yu, 1932): traduzione e introduzione
Scrivo questo post giusto per avvisare la disponibilità di un'altra mia traduzione; si tratta di un super-raro film di Sun Yu.
Qui i sottotitoli (o qui). Ho anche allegato un file leggimi con collegamenti per reperire prima possibile il film.
Sun Yu è stato un vero maestro del cinema, un artista indubbiamente neoterico e deve essere riscoperto. Facendo un sunto cronologico:
il suo primo film è datato 1928 prodotto dalla Minxin, ma il primo reperibile è proprio questo Wild Rose, sua quarta opera. A differenza dei film successivi, Wild Rose è molto meno pregno di nazionalismo. Sun, infatti, predilige una visione più esistenziale: la ragazza di campagna indigente mantenuta dal padre pescivendolo e che nel frattempo gioca 'ai soldatini' nei prati. L'instabile situazione economica dei due viene esacerbata da un debito che non possono ripagare. A causa di ciò, nasce un alterco che provocherà conseguenze catastrofiche. Non vorrei rivelare nulla di più della bella trama di questo film, ma si può affermare che è da questo punto che nasce una delle nervature - una sorta di monomania - del cinema "suniano" (suona male...): la dicotomia tra rurale e cittadino, povero e sardanapalo. Probabilmente, il massimo in questo senso lo darà nel magnifico Daybreak (1933), film dedicato quasi totalmente al tema. Tra Wild Rose e Daybreak, ci passano comunque altri due film: Loving Blood of the Volcano e Little Toys. Il primo è il Sun più atipico, che si potrebbe definire come uno dei primi film d'azione del cinema. A conti fatti, resta comunque tra i meno riusciti. Little Toys, invece, è il capolavoro della carriera; attraverso un'apparente opera nazionalista, Sun fa trasparire una denuncia alla guerra mai vista. "Fa trasparire" anche in senso letterale, direi, dato che ricordo moltissimi giochi di sovrimpressioni e associazioni tra oggetti inanimati e reale conflitto. Protagonista la stella indiscussa del vecchio cinema cinese, Ruan Lingyu, attrice emerita e figura portante di molti altri classici cinesi, scomparsa a 25 anni a causa di un overdose.¹
È quindi il turno di Queen Of Sports (1934), abbastanza ignavo, l'unico Sun mediocre; mediocre non nella forma, s'intende. È in questo film (e nel successivo) che il nazionalismo velato e popolare di Sun diventa spinto ed ipertrofico; addirritura, qui vediamo una Lili Li (altra stella) che in poco tempo riesce a diventare un'improbabile campionessa di atletica, così nobilitando la Cina attraverso le vittorie sportive. In The Big Road (1935)², ultimo lungometraggio reperibile, riesce molto meglio a dosare gli elementi e ad ottenere un bilanciamento tra intimismo e nazionalismo. Da segnalare come minimo la sequenza in prigione e tutto il finale. L'ultimo Sun di cui si ha traccia è Rhapsody of a Madman (1937), corto facente parte del progetto Lianhua Symphony (Lian hua jiao xiang qu), in cui otto registi della compagnia Lianhua (la più rilevante dell'epoca) si impegnarono a produrre un'operetta per celebrare gli studi.
¹ Per approfondire la vita di Ruan, è necessario vedere Centre Stage (Yuen Ling-Yuk, Stanley Kwan, 1992).
² Molto tempo fa avevo anche tradotto The Big Road; qui i sottotitoli.
Qui i sottotitoli (o qui). Ho anche allegato un file leggimi con collegamenti per reperire prima possibile il film.
Sun Yu è stato un vero maestro del cinema, un artista indubbiamente neoterico e deve essere riscoperto. Facendo un sunto cronologico:
il suo primo film è datato 1928 prodotto dalla Minxin, ma il primo reperibile è proprio questo Wild Rose, sua quarta opera. A differenza dei film successivi, Wild Rose è molto meno pregno di nazionalismo. Sun, infatti, predilige una visione più esistenziale: la ragazza di campagna indigente mantenuta dal padre pescivendolo e che nel frattempo gioca 'ai soldatini' nei prati. L'instabile situazione economica dei due viene esacerbata da un debito che non possono ripagare. A causa di ciò, nasce un alterco che provocherà conseguenze catastrofiche. Non vorrei rivelare nulla di più della bella trama di questo film, ma si può affermare che è da questo punto che nasce una delle nervature - una sorta di monomania - del cinema "suniano" (suona male...): la dicotomia tra rurale e cittadino, povero e sardanapalo. Probabilmente, il massimo in questo senso lo darà nel magnifico Daybreak (1933), film dedicato quasi totalmente al tema. Tra Wild Rose e Daybreak, ci passano comunque altri due film: Loving Blood of the Volcano e Little Toys. Il primo è il Sun più atipico, che si potrebbe definire come uno dei primi film d'azione del cinema. A conti fatti, resta comunque tra i meno riusciti. Little Toys, invece, è il capolavoro della carriera; attraverso un'apparente opera nazionalista, Sun fa trasparire una denuncia alla guerra mai vista. "Fa trasparire" anche in senso letterale, direi, dato che ricordo moltissimi giochi di sovrimpressioni e associazioni tra oggetti inanimati e reale conflitto. Protagonista la stella indiscussa del vecchio cinema cinese, Ruan Lingyu, attrice emerita e figura portante di molti altri classici cinesi, scomparsa a 25 anni a causa di un overdose.¹
È quindi il turno di Queen Of Sports (1934), abbastanza ignavo, l'unico Sun mediocre; mediocre non nella forma, s'intende. È in questo film (e nel successivo) che il nazionalismo velato e popolare di Sun diventa spinto ed ipertrofico; addirritura, qui vediamo una Lili Li (altra stella) che in poco tempo riesce a diventare un'improbabile campionessa di atletica, così nobilitando la Cina attraverso le vittorie sportive. In The Big Road (1935)², ultimo lungometraggio reperibile, riesce molto meglio a dosare gli elementi e ad ottenere un bilanciamento tra intimismo e nazionalismo. Da segnalare come minimo la sequenza in prigione e tutto il finale. L'ultimo Sun di cui si ha traccia è Rhapsody of a Madman (1937), corto facente parte del progetto Lianhua Symphony (Lian hua jiao xiang qu), in cui otto registi della compagnia Lianhua (la più rilevante dell'epoca) si impegnarono a produrre un'operetta per celebrare gli studi.
¹ Per approfondire la vita di Ruan, è necessario vedere Centre Stage (Yuen Ling-Yuk, Stanley Kwan, 1992).
² Molto tempo fa avevo anche tradotto The Big Road; qui i sottotitoli.
Wednesday, January 13, 2010
Apart From You (Kimi To Wakarete, Naruse Mikio, 1933)
Un'anziana geisha, oramai prossima al ritiro, ha il compito, come madre, di sostenere il figlio ancora giovinetto. Quest'ultimo, però, prova molta vergogna riguardo il mestiere della madre, a tal punto da odiarla (almeno, parzialmente); nascono così spesso dei diverbi che porteranno a conseguenze quasi fatali. Il summentovato ragazzo, stufo del proprio focolare, decide di passare molto tempo per la strada, aggregandosi a bande di sciocchi teppistelli. Si incrocia, con questa prima vicenda, la storia di una ragazza, giovane e graziosa geisha amica della madre, che tenta di allontanare il ragazzo da cattive compagnie, e che nel frattempo deve risolvere un problema all'interno della prorpia famiglia: essendo le finanze molto esigue, i genitori vorrebbero far entrare nel mondo della prostituzione anche la figlia più piccola. Mitsuko vuole impedirlo, ovviamente.

Da poco reperibile, questo Naruse presenta una trama piuttosto intricata, ed è già un Naruse senz'altro compiuto. È uno degli ultimi film muti del maestro ed uno degli ultimi girati per la Shochiku. Il regista nipponico utilizzava già metodi di regia innovativi per l'epoca e poco consoni al volere degli studi; in Apart From You, come in Each Night I Dream (1933), fa molto uso di veloci carrellate per andare a zoomare sui volti degli attori, dopodiché, a volte, la sequenza può culminare con un rapido vis-a-vis. Notevole in Apart From You, anche l'uso di sovrimpressioni quando Mitsuko rammemora la sua famiglia e il focolare domestico. Fu per questi motivi 'tecnici' ed altri relativi ai contenuti dei suoi film, che Mikio, recalcitrante di carattere, abbandonò la Shochiku e iniziò a lavorare per la Photo-Chemical Laboratories (la futura Toho, celeberrima). Se adesso ciò può apparire incredibile, si pensi ai guai (quanti lacci e stecchi, direbbe Petrarca) causati dagli studios e dai critici ai danni di registi come M. Ophuls e Lubitsch (specialmente a causa di Angelo del 1937): la camera doveva essere invisibile e filmare, mentre alcuni registi furono pionieri nel filmare in movimento, filmare il movimento. Tornando al film, se ne apprezza quindi il lato tecnico e le scelte di copione, ma in alcune sezioni c'è sicuramente una tendenza eccessiva a (melo)drammatizzare le situazioni - sul finale, gli occhi rugiadosi dei due giovani ed altre sequenze costituiscono un bell'esempio. In generale, prova superata, comunque.
Da poco reperibile, questo Naruse presenta una trama piuttosto intricata, ed è già un Naruse senz'altro compiuto. È uno degli ultimi film muti del maestro ed uno degli ultimi girati per la Shochiku. Il regista nipponico utilizzava già metodi di regia innovativi per l'epoca e poco consoni al volere degli studi; in Apart From You, come in Each Night I Dream (1933), fa molto uso di veloci carrellate per andare a zoomare sui volti degli attori, dopodiché, a volte, la sequenza può culminare con un rapido vis-a-vis. Notevole in Apart From You, anche l'uso di sovrimpressioni quando Mitsuko rammemora la sua famiglia e il focolare domestico. Fu per questi motivi 'tecnici' ed altri relativi ai contenuti dei suoi film, che Mikio, recalcitrante di carattere, abbandonò la Shochiku e iniziò a lavorare per la Photo-Chemical Laboratories (la futura Toho, celeberrima). Se adesso ciò può apparire incredibile, si pensi ai guai (quanti lacci e stecchi, direbbe Petrarca) causati dagli studios e dai critici ai danni di registi come M. Ophuls e Lubitsch (specialmente a causa di Angelo del 1937): la camera doveva essere invisibile e filmare, mentre alcuni registi furono pionieri nel filmare in movimento, filmare il movimento. Tornando al film, se ne apprezza quindi il lato tecnico e le scelte di copione, ma in alcune sezioni c'è sicuramente una tendenza eccessiva a (melo)drammatizzare le situazioni - sul finale, gli occhi rugiadosi dei due giovani ed altre sequenze costituiscono un bell'esempio. In generale, prova superata, comunque.
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